Il Sole 24 esalta Gio Ponti, il maestro delle forme pure

Nella copertina del più recente «.Domus», il primo diretto, come guest editor, da David Chipperfìeld, campeggia un etereo svolazzo geometrico: cristalli aerei in un gioco di forme semplici e un nitore di ombre e luci che lascia affascinati. Si, sembra davvero un foglio ritagliato da un bambino, perforazioni esili che rendono quella costruzione una carta velina. Per gli occhi esperti, però, basta un attimo: non è una carta, ma la ben solida – Concattedrale Gran Madre di Dio di Taranto, l’ultimo sforzo estetico e architettonico di Gio Ponti, un vero e proprio genio del Novecento. E non solo italiano. Ovviamente. Nelle riflessioni teoriche, delle prove pratiche di Gio Ponti, la parola «diamante» è determinante. Sono diamanti, per dire, l’automobile che progettò per Carrozzerie Touring (anticipatrice di alcune tendenze future del design d’auto), o, il nome, e La foggia, della macchina per caffè che vinse il concorso che Ponti indisse, nel 1956, in collaborazione con le riviste Domus, Casabella, Stile industria e l’industria Pavoni. Vinse un progetto, bellissimo, firmato da due altri grandi geni del nostro Novecento: Enzo Mari e Bruno Munari (!!). Ed era. certamente, appunto, un diamante architettonico la Concattedrale di Taranto (inaugurata il 6 dicembre 1970), progetto visionario e purissimo: La smaterializzazione dei volumi non ha confronti nemmeno con altri suoi progetti simili. Il diamante, nota Domitilla Dardi nel suo denso saggio pubblicato sul catalogo della grande e bellissima mostra «Gio Ponti Amare l’Archi-tettura in corso al Maxxi di Roma, «ben si adatta anche alla sua personalità intellettuale. Cosi come il corpo del diamante viene messo in risalto dal taglio a facce multiple, l’espressività di Ponti si confronta con mezzi, tipologie e soprattutto relazioni, tra i più variegati. Sta qui. in effetti, fl problema che credo, abbia avuto questo genio nella “percezione” corrente fino a qualche anno fa. La critica accademica – con rare eccezioni – ha faticato a inquadrarlo: proprio ciò che non va fatto con Ponti, la cui dimensione è molteplice.

contraddittoria (lui espressamente lo dice dei suoi pensieri nei libro, quasi omonimo della mostra. Amate l’architettura), fluida, eppure persistente, di un pensiero e un agire che sono, sempre, frutto di una meditazione e di una conoscenza pro-fonda delle cose, dei materiali, dei metodi di lavoro: e lui ne ha sperimentati tanti, cercando instancabilmente negli artigiani il punto rifulgente di qualità che sapeva intrave¬dere dovunque. Di «insufficienza degli strumenti critici» parla anche Salvatore Licitra. nipote e custode dell’eredità intellettuale di cotanto avo. in un brillante saggio sulle case abitate da Ponti in vita e costruite per sé; ed è vero: c’è stato «scarso riconoscimento culturale» della sua opera. Che invece appare, ed è. dopo la mo¬stra parigina di un anno fa e con la “puntualizzazione” sull’architettura del Maxxi (Fulvio Irace. cocuratore della mostra, insieme a Maristella Casciato. gli ha sempre dato il giusto rilievo) un contributo gigantesco. Insomma: la mostra del Maxxi, allestita benissimo, e il relativo, ottimo catalogo (Forma) sono un omaggio riuscito come, del resto. La mostra in corso a Como che illumina il rapporto tra Ponti e un grande designer come Ico Parisi (con relativa ripubblicazione della loro corrispondenza). Sarebbe bello che anche Milano – la città nella quale ha vissuto, operato e lasciato segni grandiosi del suo genio. a partire dall “iconica Torre Pirelli – trovasse ora il modo di contraccambiare, magari con un museo dedicato a lui. È la proposta dello stesso Licitra: «Posso ben tesrimoniare come curatore dell’archivio di Gio Ponti, che i milanesi conoscono bene e sono orgogliosi del suo lavoro, così presente nella città. Il Pirellone. come i milanesi chiamano il grattacielo, affettuosamente contraddicendo i desideri dell’architetto, è divenuto e continua ad essere, nonostante il nuovo skyline, uno dei simboli della città. Cosa manca allora? Manca un piccolo museo che raccolga le testimonianze e i materiali del lavoro di Ponti, di cui la città è ricca e fiera e di cui il mondo è assolutamente curioso. Le architetture di Ponti in città sono almeno 35. poi abbiamo sue opere al Museo del Castello, al Poldi Pozzoli, in casa di tanti collezionisti. Forse ci sì può incontrare, l’Archivio di Gio Ponti, la Regione, il Comune, la Triennale, non dico attorno ad un tavolo, ma anche in piedi e rapidamente, per colmare questa lacuna». Lo merita Ponti e lo merita soprattutto Milano. Per il suo passato; ma ancora di più per il suo futuro.

(fonte Sole 24 del 19 gennaio, pag 15)